
Il dono del Nilo
Le inondazioni del Nilo che lasciavano sul terreno il limo costituirono un elemento fondamentale per lo sviluppo dell'agricoltura.
Anche per l'Egitto la presenza dell'acqua, il fiume Nilo, è l'elemento fondamentale per la nascita della civiltà. Come in Mesopotamia, le inondazioni annuali, che fin dai tempi più antichi allagavano periodicamente questa sottilissima striscia di terra, costituirono il fenomeno che rese possibile l'agricoltura.
La piena arrivava in estate e raggiungeva il culmine tra settembre e ottobre, quando il fiume invadeva i campi coltivati. Poi, al ritirarsi delle acque, sulla terra rimaneva una fanghiglia fertilizzante: il limo. Gli Egizi attribuivano la periodica fertilizzazione del terreno alla benevolenza degli dèi. Lo sviluppo della vita era perciò un "dono del Nilo", come scrisse lo storico greco Erodoto (circa 484–430 a.C.).
Oggi sappiamo che il Nilo si forma da due affluenti: il Nilo Bianco nasce dal lago Vittoria nell'Africa equatoriale, mentre il Nilo Azzurro nasce dal Lago Tana in Etiopia. L'antico Egitto era diviso in Alto Egitto (il territorio a sud, soggetto alle inondazioni) e Basso Egitto (poco più a nord, dove il fiume sviluppa un ampio delta).
Le condizioni ambientali dell'Egitto, circondato da deserti e dal mare, resero la sua civiltà unica e originale, mantenendo per millenni le sue caratteristiche.
La civiltà che si sviluppò in Egitto a partire dal IV millennio a.C. fu una civiltà idraulica, simile alle altre che crebbero grazie allo sfruttamento delle acque dei grandi fiumi. Tuttavia presentò fin dall'inizio alcuni caratteri originali: la valle del Nilo era un territorio strettamente delimitato dal deserto e dal mare, a differenza della Mesopotamia che non possedeva barriere naturali. Per questo motivo gli Egizi non ricevettero significativi contributi di culture diverse dalla loro, e la civiltà si diffuse in maniera uniforme lungo le rive del Nilo.
A partire dal III millennio a.C. la valle del Nilo conobbe una forte crescita demografica: si stima che la popolazione sia passata da 850.000 abitanti del 3000 a.C. ai 2 milioni del 1750 a.C. Per affrontare l'aumento della popolazione, gli Egizi si organizzarono in villaggi, città e formazioni più complesse, fino a dar vita a una quarantina di comunità locali che in seguito divennero le province del loro regno: i nomi (al singolare: nomo).

I segni della scrittura egizia sono i geroglifici, ideografici e fonetici, ma si usava anche la scrittura ieratica e quella demotica.
Un aspetto peculiare della civiltà egizia è indubbiamente la scrittura. È basata su un sistema di segni (o disegni) molto caratteristici e si diffuse in Egitto quasi contemporaneamente all'epoca della sua invenzione in Mesopotamia: le iscrizioni più antiche in nostro possesso risalgono infatti all'incirca al 3000 a.C.
Si deve a un colpo di fortuna e all'intelligenza di un egittologo francese, Jean-François Champollion, se oggi siamo in grado di interpretare la scrittura egizia. Nel 1822 Champollion capì che l'egizio antico era sia ideografico sia fonetico: lo stesso segno, a seconda dei contesti, poteva essere un ideogramma (un solo segno richiama un'intera parola) o avere valore fonetico (un segno rappresenta un suono, cioè una sillaba o una parola).
I Greci chiamarono questi segni geroglifici ("scrittura sacra") per il fatto che li si poteva trovare quasi esclusivamente all'interno dei templi e delle tombe. Questo tipo di scrittura era molto scomoda. Per gli usi pratici si ottenne la scrittura ieratica (sacerdotale). Successivamente venne elaborata la demotica (popolare).
Nel 1799, durante la campagna napoleonica in Egitto, fu ritrovata presso la città di Rosetta la Stele di Rosetta: una lastra in pietra nera che riportava lo stesso decreto sacerdotale in tre grafie — geroglifica (14 righe), demotica (32 righe) e greco antico (52 righe). Partendo dall'iscrizione in greco, Champollion riuscì a decifrare la scrittura egizia.

La società dell'antico Egitto era organizzata in una gerarchia che poneva al vertice il faraone, un re-dio con potere assoluto.
Possiamo rappresentare la società egizia come una piramide umana al cui vertice si collocava il sovrano, il faraone. Si trattava di una sorta di "re-dio" che aveva un potere assoluto, di vita e di morte, su tutti i propri sudditi, a qualunque classe sociale appartenessero. Proprio per la natura "divina" del faraone se ne parla come di una teocrazia.
In generale, la società egizia era una società autoritaria e gerarchica. Sul gradino immediatamente inferiore si trovavano i sacerdoti, che godevano di notevole prestigio e potere. Il sovrano per governare doveva contare su molti funzionari; a capo dell'amministrazione vi era un visir, mentre ogni nomo era amministrato da un governatore. La maggior parte dell'amministrazione era formata da scribi.

Le divinità egizie rappresentavano elementi della natura, come Ra, il dio Sole, ed Osiride, ed erano raffigurate con aspetto animalesco.
Gli Egizi seguivano una religione politeista. Tra gli dèi più importanti vi erano Ra, il dio Sole, e Osiride, il signore di tutte le cose. Molte divinità avevano un aspetto animalesco o semianimalesco perché gli animali simboleggiavano la forza o la fertilità. Ad esempio il dio Api era un toro sacro adorato nella città di Menfi.
Gli Egizi credevano che l'anima di ogni uomo — il suo spirito vitale detto Ka — sopravvivesse nell'aldilà. Il Ka era un abbraccio di Ra (il suo simbolo geroglifico erano infatti due braccia), un dono divino che dopo la morte manteneva uno stretto contatto con il corpo, si recava a trovarlo e si prendeva cura di lui. Ecco perché venne elaborata la complessa tecnica dell'imbalsamazione.
Il defunto veniva giudicato da un tribunale presieduto da Anubi e soprattutto Osiride, il quale giudicava l'anima del morto per stabilire se meritava il paradiso. Una bilancia pesava il cuore del morto, che doveva risultare leggero come una piuma, simbolo della dea Maat, la Giustizia: se il defunto superava la prova veniva ammesso al paradiso di Osiride.


Le pratiche funerarie avevano grande importanza per gli Egizi: l'imbalsamazione garantiva al defunto la vita dopo la morte.
L'operazione di imbalsamazione durava parecchie settimane, durante le quali il corpo del defunto veniva svuotato degli organi interni, che venivano riposti in vasi detti canopi; solo il cuore veniva lasciato all'interno del corpo, perché secondo gli antichi Egizi rappresentava la sede dell'intelletto. Poi il corpo veniva impregnato di profumi e sostanze chimiche. La mummia così ottenuta veniva messa in una cassa di legno decorata: il sarcofago.
Inizialmente i defunti venivano sepolti nella mastaba che poi venne elevata con la forma della piramide, sovrapponendo enormi macigni di pietra.
Il corpo doveva anche essere custodito in una tomba capace di durare per l'eternità. Inizialmente si usarono delle camere sotterranee: al di sopra si costruiva una piattaforma rettangolare in mattoni, detta mastaba. Poco per volta la mastaba crebbe di dimensioni. Dopo una serie di tentativi, si arrivò alla forma di piramide che tutti conosciamo, legata ai grandi sovrani della IV dinastia (2700–2500 a.C.).
Le piramidi furono costruite con macigni in pietra calcarea di parecchi metri di lato, che potevano pesare anche 15 tonnellate. I loro lati erano esattamente orientati secondo i punti cardinali. Gli operai addetti alla costruzione lavoravano otto ore al giorno, con un intervallo per il pranzo. La piramide più grande, alta circa 146,70 metri in origine (137 oggi), fu costruita circa 2570 a.C. per il faraone Cheope.


Gli edifici religiosi di Karnak, con Luxor posti sulla riva destra del Nilo, facevano parte del centro religioso di Tebe, luogo deputato a sede dinastica del dio Amon e area di sepoltura prescelta dai sovrani. Il tempio principale era dedicato ad Amon-Ra e tutto era incredibilmente grandioso: gli edifici coprivano un'estensione di 100 ettari, al pari di una piccola città.

Oltre tremila anni di civiltà, dall'unificazione dell'Alto e Basso Egitto alla conquista romana.